un colpo di tosse, forse più
Written by Giancarlo Riviezzi   

Daniele Biacchessi non recita: racconta. Paolo Benvegnù non canta: trasmette. Stefano Corradino non comunica: informa. Carlo Spera non fotografa: cattura. E Massimo Del Papa non parla: dice 

L’avevo detto che trenta volte su cento non sono d’accordo con Massimo Del Papa. Non voglio fare il giornalista. Non più, almeno. Ho bisogno di digerire gli eventi, non so commentarli subito, non so stare “sulla notizia”. Lascio scorrere qualche giorno prima di scrivere qualcosa su (R)esistere, su destati d’estate, sul festival dell’informazione indipendente, chiamatelo come vi pare. (Se c’è una landa remota in cui le etichette non hanno importanza è qui, adesso: si perdono nelle persone, nei fatti, nel rapprendere di questi elementi solo in apparenza distanti). E Tito è nient’altro che l’ampolla dove tutto ciò avviene. Incontri che diventano storie per lasciarsi raccontare, vapore del laboratorio di quell’alchimista pazzo di Massimo che, per quanto denso, è destinato a diluirsi nell’aria, nella troppa aria comune, con la sola pallida pretesa di essere stato respirato, per un attimo almeno, dai presenti, essere entrato a crear scompiglio nei polmoni. Un colpo di tosse, nulla più.
Come si fa, poi, Massimo, a “costringersi” testimoni di un qualcosa che ha del miracoloso? A frenare gli aggettivi, a reprimersi in un volo controllato quando le parole ti sfuggono dalle dita e ti portano in alto, palloncini di azoto scivolati dal pugno di un bambino? Perché io, anche se le cose non sono in grado di comprenderle, non riesco a lasciare che passino e mi sfiorino, non ancora. Mi si conficcano da qualche parte “tra l’aorta e l’intenzione”, la penna va ad intingere lì il suo inchiostro, e il danno è fatto. Non so restare asettico e lucido dinanzi a ciò, a tutto ciò. Non saprei essere esaustivo, non potrei limitarmi alla cronaca di quel che è successo nell’agorà o a Casa Spera tralasciando lo sguardo di Daniele poggiato sulla torre di Satriano mentre deborda con i progetti per la prossima edizione, gli abbracci di Paolo, Massimo circondato dai ragazzi, la cortese pacatezza di Claudia, la pazienza di Pamela, i pranzi infiniti, gli scassinatori assoldati per aprire il portone dell’albergo regolarmente pagato, il dopo-festival con Stefano a parlare del suo chiodo fisso (che non è l’informazione…), la dolcezza di Grazia, le citazioni di Federico, l’empatia nervosa di Carlo, il sudore di quanti hanno collaborato dietro le quinte e reso riuscito l’esperimento.
Vi devo una confessione. Vi ho usati. Vi ho letteralmente usati per dire ai miei genitori, forse anche a me stesso, come sono fatto. Non avendo poi la voglia né il coraggio di lasciare “questo paese che mi fotte”, ho portato voi, “miei” portatori sani, qui, auspicando un contagio delle persone e del posto. E ogni “malattia”, anche la più innocua, comincia sempre da un colpo di tosse.
Ne esco regalandovi il “mio” momento. Seconda serata, secondo gradino a destra della villetta di San Vito. Paolo Benvegnù imbraccia la chitarra e prende a cantare il primo pezzo. Gli spettatori tacciono, le stelle sorridono appena. Commosso e inadeguato, mi rendo conto che sta scritto lì, tutto. Mai riuscirei a dirlo meglio. Nessuno riuscirebbe mai a dirlo meglio. 


Frantumare le distanze. Superare resistenze.
E riconoscersi per creare. Camminare senza chiedersi perché.
Il tuo viso le mie mani sono la stessa gioia immensa.
È luce invisibile da succhiare. Camminare senza chiedersi perché.
E fermarsi un istante per considerare
che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali
come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono.
Frantumare le distanze. Superare le esistenze.
E riconoscersi per creare. Camminare senza chiedersi perché.
E fermarsi un istante per considerare
che ogni istante si scioglie in quello a venire
come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono.


PS. Questo sarebbe un articolo, un report di quanto è successo? Ecco la conferma: non so fare il giornalista.